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21 Savage – i am > i was • Recensione

25 Dicembre 2018

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21 Savage – i am > i was • Recensione

Questo disco…questo disco è il Mahatma Gandhi che entra con il fucile carico alla Columbine High School strafatto di Krokodil. A quanto pare siamo ancora in quel periodo dell’anno. Modalità: Selvaggio

<< My brother lost his life and it turned me to a beast My brother got life and it turned me to the streets I been through the storm and it turned me to a G >>

Vi abbiamo già accennato quanto Atlanta fosse malvagia, putrida e malata, ma sicuramente ve ne sarete dimenticati, mentre vi sollazzavate sul rap blasonato dell’ennesimo rapper senza spina dorsale. Savage però non si è scordato. Ci prova, migliora giorno dopo giorno, ma la violenza che governa le strade di quella maledetta città bussa spesso e volentieri alla porta di casa sua.

<< ALL THESE DEAD BODIES I CAN’T SLEEP AT NIGHT >>

Passata la sbornia da culto dei primi mixtape (indimenticabili la crudezza dei racconti di strada dalle tinte pulp dell’esordio Savage Mode e l’immaginario horror splatter di Slaughter Gang), l’onere dell’aspettativa da esordio (quell’ISSA che se in un primo momento è sembrato essere la versione all’acqua di rose del Savage pensiero, si è tramutato velocemente in una delle uscite più graffianti dello scorso anno) e l’onore della consacrazione (questa volta con indosso i panni del divertissment, leggasi altrimenti Without Warning), resta da concentrarsi su se stessi e sperare di raggiungere il giusto equilibrio.

Ed è proprio questa la premessa su cui si fonda i am > i was, ultima fatica del rapper di Atlanta e forse il primo vero manifesto della sua musica, qui rappresentata in tutta la suo forza, ma anche nei suoi limiti.

<< Savage, why you always rappin’ ‘bout guns for? ‘Cause, bitch, I fell in love with the gun smoke >>

Inutile girarci attorno: il rap di 21 è un accattivante ma prevedibile dialogo con il beat impreziosito da deliranti vaneggiamenti da superstar coatta e violenza verbale. Punto. E se il teatrino ha retto per un po’, ora il tutto comincia a risultare stantio.

Certo, fino a che ci saranno i beat giusti, il tutto continuerà a funzionare, ma il tutto rischia di sparire in fretta. Non che il disco sia brutto, ma se le brillanti intuizioni soul di A Lot (Con un J. Cole sempre più viscido), i toni orientaleggianti da colonna sonora di Can’t Leave Without It (un vero colpo al cuore le orrende partecipazioni di Lil Baby e Gunna) e 4L o ancora il motivetto orecchiabile di Monster o le tinte mistiche di Pad Lock si dimostrano esaltanti, ancora non bastano per poter donare una maggiore caratura al disco, a cui si aggiunge l’aggravante delle collaborazioni indegne.

7/10

Giudizio finale

Una volta cessata la sbornia da hype, quello che rischia di rimanere sarà un pugno di mosche. Nel frattempo, godiamocela finchè dura.

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