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Bruno Mars – 24K Magic • Recensione

19 Novembre 2016

Bruno Mars – 24K Magic • Recensione

Sono passati ormai quattro anni dal secondo album di Bruno Mars Unorthodox Jukebox, quel progetto troppo eterogeneo che gli affibbiò la fama di artista da singoli (che peraltro aveva già dal suo album di debutto).
Effettivamente è vero, Bruno trova la sua fortuna soprattutto nelle vendite con essi (oltre all’enorme range vocale fornitogli da Madre Natura): ne è la prova il fatto che la mega-hit Uptown Funk con Mark Ronson (che ha ottenuto il disco di diamante) è bastata per farlo vivere di rendita per altri due anni senza rilasciare nuovo materiale.
Sì, perché Bruno è entrato a far parte della cerchia di artisti che può permettersi di aspettare quattro anni per rilasciare un nuovo album, in un’era in cui la prolificità sembra far da padrona. È membro anche del club degli album corti: ancora una volta porta sulla tavola un progetto che dura poco più di mezz’ora, dicendoci l’essenziale in sole nove tracce.

A differenza degli album precedenti, in 24K Magic migliora molto la coesione: per la prima volta sembra esserci un filo conduttore per l’intera durata del progetto. Mars ha puntato tanto sulle influenze dell’R&B e del Funk degli anni ‘80/’90, facendo suonare il tutto come un intero tributo all’epoca in cui è cresciuto. Continuando quindi sulla stessa onda del suo singolo diamantato, l’album parte in quarta con una tripletta di up-tempo funky, tra cui troviamo la title-track e Perm, un apprezzabile tentativo di emulare un Dio del genere come James Brown.
Rallenta il ritmo nella parte centrale, nella quale invece le chiare influenze sono Michael Jackson, Bobby Brown e altri di quella classe generazionale, ed è qui che comincia ad emergere la voce meravigliosa di Mars. Troviamo infatti uno degli highlights del progetto, il secondo singolo Versace on the Floor è una vera e propria ballad vecchio stampo che ci riporta direttamente alla musica di 30 anni fa, lasciandoci il cuore colmo di nostalgia pur non avendo vissuto l’epoca in prima persona.
Anche il finale ci regala piccole perle: gli snares di Finesse ricordano molto la Poison dei Bell Biv DeVoe, che ci riporta a ballare a ritmo di new jack swing; Too Good To Say Goodbye invece potrebbe essere il miglior pezzo dell’album, un’altra ballad che conclude l’album nel migliore dei modi, in cui vengono rievocati anche i Boyz II Men e dove la voce di Mars ancora una volta strabilia.

Se oltre a sembrare a tratti una tribute band di Michael Jackson, Bruno non aveva trovato ancora un’identità precisa negli scorsi album, questa volta convince di più sotto quell’aspetto offrendo nove tracce con il solo obiettivo di riportarci agli 80s a suon di funky up-tempo e pop ballad. Sono proprio quest’ultime a vincere e convincere, portando Mars a realizzare alcuni dei migliori pezzi della sua carriera.
24K Magic ha i suoi alti e bassi, non è nulla di nuovo ma allo stesso tempo rompe i canoni del pop contemporaneo, abbandonando quella pseudo-dance che gira in radio da qualche anno.
L’aria fresca (o calda visto il periodo) che questo progetto porta sulla scena è aria condizionata, ma chi dice che la sensazione non sia piacevole lo stesso?

  • 8.5/10
    Produzione - 8.5/10
  • 7/10
    Testi - 7/10
  • 9/10
    Delivery - 9/10
  • 7/10
    Originalità - 7/10
8/10

Riassunto

L’aria fresca (o calda visto il periodo) che questo progetto porta sulla scena è aria condizionata, ma chi dice che la sensazione non sia piacevole lo stesso?

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4.5 (2 votes)

Il più famoso blogger senza fama. Non ha sempre ragione ma non ha mai torto.
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