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Kodak Black – Dying To Live • Recensione

23 Dicembre 2018

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Kodak Black – Dying To Live • Recensione

Quando riesci a scampare per un po’, alle grinfie del gabbio, se sei un rapper hai in genere la necessità sia artistica che commerciale di tornare in scena con del materiale. Se poi sei Kodak Black e la tua ultima uscita, anche se di pochi mesi prima, è Heart Break Kodak, raffazzonato mixtape di San Valentino che metteva a dura prova anche i più fanatici ascoltatori del Florida boy, allora un gesto di riaffermazione urge proprio. Per Meek Mill poco tempo fa è stato Championships, per Kodak Black è ora il turno di Dying To Live, effettivo secondo album che, se torna ai fasti dell’esordio Painting Pictures, fa a suo modo anche tesoro dell’esperienza HBK, dalla quale riprende l’impostazione globale aleatoriamente riflessiva.

Salvo poche significative eccezioni infatti [Identity Theft, come se i Big Tymers dei tempi d’oro fossero andati in fissa con Turn Me On di Kevin Lyttle], gran parte dei brani più uptempo e movimentati sono le collaborazioni che lo stesso Kodak ha liquidato non come brutte ma come marchettate la cui inclusione ha ragioni economiche e non artistiche: se ZEZE è concepita per la grandezza fin dal nome ideato per confondersi con le canzoni di 6ix9ine su Rap Caviar, e Mosh Pit sarebbe stata più a casa su Die Lit, una lancia va sicuramente spezzata per Gnarly con Lil Pump, sufficientemente godibile nel suo miscelare highlights di Painting Pictures come Twenty 8 o Patty Cake con una versione più light dell’autore di Gucci Gang. Archiviate le pratiche lavorative all’altezza della traccia 7, Dying To Live diventa il tour de force guest-free che la solenne Testimony [recentemente portata da Jimmy Kimmel con risultati strabilianti] prometteva ad inizio tracklist.

La voce da nanerottolo sotto elio un tempo avrebbe affossato sul nascere i sogni di gloria di ogni aspirante rapper, in mano [o in gola?] a Kodak diventa un dono divino. Specie se abbinato alla mole abbacinante di cose da dire: non è mai stato uno sprovveduto, nemmeno quando paragonava gli organi della sua partner a mezzo menù del ristorante cinese, ma il Kodak Black di fine 2018 è in grado di far andare di pari passo punchline assurde e metafore surreali [forse giusto un pò più controllate che in passato] con aneddotistica personale e lucidissime analisi tanto sulla sua figura di artista e uomo quanto su quella altrui: impossibile non citare Malcolm XXX, tanto provocatoria nel titolo quanto ficcante e precisa come arringa elegiaca ed eulogica sul collega di disavventure legali, redatta con la veemenza di chi non ha paura di nulla e nulla da perdere.

7.9/10

Summary

Dying To Live è il solito grande Kodak ma colto in un nuovo processo di maturazione.

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I just fucked your bitch in some Gucci flip flops
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