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Pyrex – The Dark Album • Recensione

7 Novembre 2016

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Pyrex – The Dark Album • Recensione

Di tutta l’ondata di nuovo hip-hop italiano che nell’ultimo biennio, studiando bene le lezioni di certo southern rap e del suo equivalente francese, ha conquistato [e sta conquistando ] fette sempre più ampie di pubblico, la Dark Polo Gang rappresenta sicuramente uno dei casi più controversi. D’altronde, elementi stilistici della loro musica a parte, sono tra i pochi [insieme ad esempio all’ultimo Achille Lauro] a proporre questo genere da Roma: la capitale ha una tradizione storicamente hardcore, ed una storica e consequenziale indifferenza [se non aperta ostilità] verso quei tentativi di proposte differenti da un determinato canone di musica [una storia già vista anni fa col Truce Klan, che adesso si ripete con lo stesso esatto schema ma con i giovani di allora nel ruolo di conservatori]. La DPG [che, per la gioia dei puristi, condivide l’acronimo con una storica crew dell’ old school americano] di questo sembra abbastanza incurante, e conclude quindi il ciclo introduttivo dei propri componenti con The Dark Album.

 

 

Dei quattro membri della Gang, Pyrex era fino a poco tempo fa l’unico a latitare di un progetto pubblicato a nome proprio, ma dalle sue numerose comparsate in Full Metal Dark, Crack Musica e Succo di Zenzero era già chiaro il suo approccio alla materia che viene qui di fatto presentato in pompa magna: zero concessioni melodiche o all’autotune, i classici elementi che in genere definiscono il valore di un mc sacrificati sull’altare di una delivery cupissima e incredibile, di schemi di rime accennati e fondati più su assonanze [caratteristica in comune con i suoi compari, e frequente nel rap italiano più di quanto non sembri, soprattutto per evitare l’effetto cantilena o l’essere didascalici e prevedibili], e di metriche totalmente asservite allo stream of consciousness ed ai concetti da esprimere, con una verve che, anche se translata in un contesto contemporaneo, non può non ricordare per certi versi quella del concittadino Metal Carter, paragone peraltro facilitato dai comuni saltuari riferimenti ad immaginario ed estetica heavy metal [anche se cè da scommettere che i detrattori di qualche riga fa che anni fa consideravano Carter l’anello debole del Truce Klan saranno ora ben disposti a rivalutarlo pur di dare addosso a Pyrex]. L’impegno riversato da parte del nostro nel percorrere questo sentiero è a tratti encomiabile, ma, in linea comunque con una progressione continua che ha caratterizzato le pubblicazioni della DPG, riteniamo non solo che sia ancora lungi dal dare il meglio, ma che tutt’ora lo dia specialmente nei frangenti più lenti e con meno parole di mezzo [uno su tutti, l’incredibile hook di Dark Boy], mentre laddove aumentano la velocità ed i vocaboli, l’effetto non sempre è dei migliori.

 

 

Con un approccio così peculiare c’era da temere in effetti che Pyrex non fosse adatto o in grado di reggere la durata di un progetto intero, ma come da oramai consolidata tradizione Dark Polo Gang, non solo The Dark Album è relativamente corto [35 minuti] ma anche estremamente corale, ricco com’è di collaborazioni sia dei vari Wayne, Side e Tony che di elementi esterni alla gang: il concittadino Gianni Bismark sigilla con estrema nonchalanche l’ottima Latte di Suocera, Fiori del Male è una vera e riuscita joint operation tra i romani ed il tag team Sfera Ebbasta / Charlie Charles, mentre Tedua suona insolitamente a suo agio sulla cloudy Età d’Oro [con tanto di Wayne sfacciatamente Yung Lean come più volte lo si era sentito su Succo di Zenzero].

 

 

Se cè una cosa sulla anche molti fra i detrattori più convinti concordano, è la perizia alle macchine del producer Sick Luke, addirittura spesso considerato il vero e unico asso nella manica della crew romana. E per quanto il suo nome non sia presente sulla totalità dei credits delle produzioni, è innegabile che egli col suo lavoro rappresenti un elemento imprescindibile dell’estetica di questi progetti, che, in perfetto allineamento con la progressione del genere oltralpe e soprattutto oltreoceano, hanno di volta in volta dei tagli diversi. Dopo un Succo di Zenzero spiccatamente cloud-trap a partire dalla vapor-copertina, The Dark Album si presenta, in linea col nome, estremamente tetro, con scelte che a suo tempo non avrebbe disdegnato il Kanye di Yeezus [del quale sono forse conseguenza?] come Canale 777, ma che fanno venire in mente soprattutto le produzioni che caratterizzano i progetti del signore dell’indie rap BONES [che per pura  coincidenza, vanta anch’esso un estetica con riferimenti al metal, peraltro nel suo spesso sconfinanti in vere e proprie ibridazioni musicali, lontane dai crossover di inizio millennio nonostante il manager del Californiano sia proprio il frontman dei Limp Bizkit], qui comunque integrate in uno scenario che vanta una discreta autonomia stilistica, forte anche di saper conciliare esterofilia ed un identità romana in maniera estremamente naturale.

  • 7.7/10
    Produzione - 7.7/10
  • 6.9/10
    Testi - 6.9/10
  • 6.6/10
    Delivery - 6.6/10
  • 7.3/10
    Originalità - 7.3/10
7/10

Riassunto

The Dark Album è il ritratto di un artista in divenire, lontano dal suo apice, ma che comunque conferma il collettivo romano come nome significativo tra i nuovi leoni del trap rap italiano.

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I just fucked your bitch in some Gucci flip flops
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