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Solange – A Seat At The Table • Recensione

1 Ottobre 2016

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Solange – A Seat At The Table • Recensione

Solange, la “piccola” di casa Knowles [anche se oramai è una trentenne] ha avuto sin dagli inizi un tipo di carriera diversa dalla Knowles che conosciamo tutti.

Da sempre lontana dalla sorella sia stilisticamente [soprattutto nel suo momento Motown di Sol-Angel and the Hadley St. Dreams] che come ritmi di pubblicazione [3 dischi in 13 anni contro i 6 di Queen Bey] e soprattutto come popolarità [moderatamente apprezzata in patria, quasi sconosciuta all’estero, eccezion fatta per le controversie con Jay-Z], Solange Knowles è comunque riuscita, nonostante l’ombra ingombrante della sorella, a costruirsi una carriera rispettabilissima ed un fedele seguito di affezionati, con numeri minori di quelli di Beyoncè, ma rispetto ai suoi da sempre più equamente divisi tra critica e pubblico.

Dopo essersi inserita anche prima della sorella nel filone pbr&b con l’ep True, e la curatela di una compilation, Saint Heron, volta a porsi come manifesto del genere, la nostra compie l’effettivo grande passo in questo 2016 già benedetto da tanta grande musica, e lo fa alla maniera di Lemonade, annunciando il suo terzo album, dall’emblematico titolo “A Seat at The Table”, ad appena due giorni dall’effettiva data di uscita.

Neanche a farlo apposta, una forte ambizione narrativa e sociale è il trait d’union dei due album, ma le similitudini terminano nel momento in cui, se Lemonade presentava al pubblico un suono complessivamente molto moderno, questo ASATT, lungi comunque dall’essere un album dal sapore reazionario o conservatore, preferisce inserirsi in un contesto più tradizionalmente neo-soul, risultando comunque già da ora il punto di arrivo massimo di una discografia da sempre in divenire.

solange recensione a seat at the table

Un mix di influenze dai capisaldi dell’R&B

I riferimenti ai capisaldi del genere sono tanti, ma di volta in volta con dei distinguo importanti:
c’è un pò di D’Angelo, ma senza la verve progressiva e performance-oriented di Voodoo o di un Black Messiah; c’è Lauryn Hill, ma senza rap [commissionato invece ad un Lil Wayne sempre più in forma su dei beat di stampo retrò, quale è quello di “Mad”, mentre il suo collega Q-Tip contribuisce invece in maniera quasi impercettibile alla traccia nel quale è creditato];
c’è qualcosa di Alicia Keys, ma senza quell’inclinazione più puramente pop evidente in molti dischi della newyorkese.

Alla fine della fiera il nome più calzante è quello della Badu, e il disco infatti sembra collocarsi in un incredibile intersezione di dischi quali Baduizm, Wordlwide Underground e Mama’s Gun, ereditando quindi la synthology dei primi due e le sonorità acustiche del terzo.
Volendo cercare similitudini con dischi dell’anno in corso è impossibile non mandare un pensiero a titoli come Blonde e Freetown Sound.
Proprio Dev Hynes, con il quale l’ep True venne sostanzialmente scritto a quattro mani, ritorna oggi come collaboratore all’interno di una schiera degna, per numeri ed eterogeneità, di quella dell’acclamato visual album della sorella maggiore: David Longstreth [chitarrista dei Dirty Projectors], Majical Cloudz, Questlove, Andrè 3000, il tutto supervisionato dalla sapiente mano di Raphael Saadiq, figura mai troppo acclamata della black music degli ultimi 20 anni e vero deus ex machina del progetto.

Un paragone obbligatorio con Lemonade

Se in passato i paragoni con Beyoncè possono essere sovente sembrati forzati e sgraditi [anche se la somiglianza vocale è tuttora impressionante], a questo giro sono non solo necessari ma anche positivi, soprattutto imprescindibili per quanto concerne le impalcature concettuali costituiscono le fondamenta dei loro due ultimi progetti.
Se infatti Lemonade, partendo dalla sfera privata delle vicissitudini della coppia Knowles-Carter, evolveva poi verso una prospettiva più ampia su cosa volesse dire essere una donna nera negli USA, A Seat At The Table [titolo che fa riferimento al posto/ruolo che una persona/categoria può avere ad un tavolo/conversazione] alza ulteriormente la posta in palio ambendo alla missione di messaggio di pace e unificante per tutta la comunità afroamericana, sia attraverso i medium combinati di musica e parole, che in maniera più esplicita tramite i numerosi interludi, narrati in alternanza tra membri della famiglia Knowles e niente meno che Master P.
Particolarmente significativi sono quelli di quest’ultimo, che ripercorre in breve la sua ascesa al ruolo di Puff Daddy del southern rap, e quello narrato da Tina Knowles, madre della nostra, che spiega una volta per tutte per quale motivo, a fronte del noto “Black History Month”, non viene anche festeggiato un eventuale “White History Month”.

A Seat At The Table è un quieto trionfo di un’artista che stabilisce definitivamente il suo importante ruolo nella scena r&b.

A Seat at the Table
  • 8.5/10
    Produzione - 8.5/10
  • 8.5/10
    Testi - 8.5/10
  • 8.7/10
    Delivery - 8.7/10
  • 7.6/10
    Originalità - 7.6/10
8.3/10

Riassunto

A Seat At The Table è un quieto trionfo di un’artista che stabilisce definitivamente il suo importante ruolo nella scena r&b.

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User Review
8/10 (1 vote)

I just fucked your bitch in some Gucci flip flops
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