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The Weeknd – Starboy • Recensione

27 Novembre 2016

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The Weeknd – Starboy • Recensione

L’ascesa di The Weeknd nel panorama musicale internazionale è indubbiamente considerabile come una delle cifre stilistiche della musica di questi anni ’10, vista la sostanziale inscindibilità del suo nome dal suono dell’ R&B contemporaneo.
Nonostante la suddetta ascesa però, la sua proposta musicale non si può dire goda sempre di un consenso unanime, e la ragione è forse facilmente individuabile: nel 2011, quando era un 22enne canadese armato di Macbook, demo di canzoni e tanti buoni propositi, il suo avvento venne recepito come una boccata di aria fresca rispetto ad una canonizzata idea di R&B associabile a nomi quali Rihanna, Chris Brown, Alicia Keys o John Legend [non è un caso che il novello approccio alla materia, suo e di altri artisti, verrà quasi subito definito alternative r&b, nomenclatura che, mimando definizioni precedenti come alternative rock, tradisce subito il presupposto rockista alla sua base]. Flash forward a 5 anni dopo, il suo suono ha fatto scuola, e tocca a lui essere effettivamente il volto di questa musica a livello planetario.
Ciò che gli osservatori meno attenti dimenticano appunto di notare è che, al netto delle collaborazioni con Max Martin [lo svedese dietro i maggiori successi pop degli ultimi 20 anni, dopo il duo Lennon-McCartney, il terzo nella classifica degli autori con più No. 1 hits creditate, fra le quali figura Can’t Feel My Face] il nostro starboy non è solo un artista in pieno controllo di tutti gli aspetti che riguardano la sua arte, ma ha raggiunto il suo status facendo il suo e facendolo piacere anche agli altri, piuttosto che aver scelto vie meno personali e più frutto di compromessi.

Proprio Max Martin è uno dei nomi che figura nella corposa lista di collaboratori chiamati nella realizzazione di quest’album, ma nonostante la sua maggiore presenza rispetto al multiplatino Beauty Behind The Madness, la sua impronta è meno invadente. Il suo nome figura comunque in una delle canzoni che meglio rappresentano le intenzioni di Abel in questo progetto: quella Rockin’ che, con le sue movenze house, farà la felicità di chi l’anno scorso ha amato la collaborazione di The Weeknd nell’album dei Disclosure e che, pur essendo stilisticamente un caso a sè all’interno della tracklist, è emblematica del desiderio del nostro di consacrare definitivamente il suo status nello stardom pop.
La canzone nella quale sfuma poi, Secrets, rappresenta un altro momento topico dell’album: costruita tutta su dei sample di Pale Shelter dei Tears For Fears, è l’ideale chiusura di un cerchio apertosi quando oramai 8 anni fa, Kanye West campionò la band inglese in 808’s & Heartbreak [nel quale Coldest Winter era a sua volta costruita tutta partendo da Memories Fade, sempre tratta dal loro seminale esordio The Hurting], disco che non solo The Weeknd ha definito come tra i più importanti sia del nuovo millennio che della sua formazione artistica, ma che di fatto ha fornito le basi teoriche di tantissimo pop e r&b successivo. L’amore per gli 80’s è sempre stato forte nella musica del canadese, ma è forse in questo Starboy che il suddetto amore trova le sue modalità migliori per dichiararsi, specificatamente in una manciata di tracks [Love To Lay, A Lonely Night] nelle quali l’impronta del Michael Jackson periodo Thriller/Bad è forte più che mai. E se in House of Balloons la title track si segnalava per la inusuale fonte dalla quale attingeva [Happy House dei Siouxsie and the Banshees], il mai sopito background punk di The Weeknd torna di nuovo alla luce in False Alarm, improbabile numero synth-punk, frenetico quanto il video ad opera del regista di Hardcore Henry e quanto un banger dei Mindless Self Indulgence di una decina di anni fa, ma senza un grammo di classe in meno di quella che ti aspetteresti da una canzone pubblicata a suo nome.

Se la torbida trivialità di argomenti è sempre stata uno dei fiori all’occhiello della musica di The Weeknd [argomenti espressi con la nonchalance tipica del crooner r&b], non stupisce che col tempo l’affinità tra il nostro e gli stilemi di certa trap music sia diventata assai evidente, affinità che dà vita ad alcuni dei momenti migliori di Starboy, a partire da Party Monster, passando per Six Feet Under [con un Future non creditato, e che interpola senza pudore la loro Low Life] e concludendo con la gotica All I Know, dove l’astronaut dà ulteriormente prova della sua perizia in materia.
Altrove, Kendrick Lamar è altrettanto a suo agio in Sidewalks, traccia a metà tra 6 Inch di Beyoncè [dove The Weeknd presenziava] e la Gorgeous di West e Kid Cudi, Lana del Rey da naturale controparte musicale di Abel diventa anche l’ovvia controparte narrativa trasmutandosi nella Stargirl del nostro Starboy [in un breve ma intenso interludio dove si esibisce in gorgheggi degni da antica diva di exotica], mentre i Daft Punk, probabilmente tra i collaboratori più acclamati per questo progetto, aprono e chiudono le danze, prima con la title-track, ufficialmente uno dei più grossi successi di questo autunno, Top Ten hit che all’inizio non stupisce ma si svela poi per traccia con un incredibile replay value, e poi con I Feel It Coming, chiusura perfetta e perfettamente a metà tra il Jacko di Off The Wall e il periodo aureo del duo francese.

  • 9/10
    Produzione - 9/10
  • 7.5/10
    Testi - 7.5/10
  • 9/10
    Delivery - 9/10
  • 8.6/10
    Originalità - 8.6/10
8.7/10

Riassunto

Starboy è la consacrazione definitiva di uno dei volti irrinunciabili del pop contemporaneo.

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4.67 (6 votes)

I just fucked your bitch in some Gucci flip flops
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