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A Tribe Called Quest – We got it from here… Thank You 4 Your service

17 Novembre 2016

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A Tribe Called Quest – We got it from here… Thank You 4 Your service

18 anni. Sono passati 18 anni da The Love Movement, ultimo album degli A Tribe Called Quest. Quasi due decadi. Persone sono diventate maggiorenni. La scena rap è cambiata più volte in questo lasso di tempo, musicalmente enorme. E la domanda è ovvia: che posto ha la Tribù del Queens nella scena attuale?
Composti da Q-Tip, Phife Dawg (venuto a mancare a marzo), Ali Shaheed Muhammad e Jarobi White (membro che ha lasciato il gruppo nel 1991, ma ha continuato a contribuire sporadicamente fino al 2006 che è rientrato ufficialmente nel gruppo, essenzialmente il Syd Barrett della situazione), i Tribe sono leggende del genere e della cultura Hip Hop, considerati a tutti gli effetti tra i primi pionieri dei movimenti alternativi dell’East Coast in quanto parte effettiva del collettivo Native Tongues (insieme a De La Soul e Jungle Brothers). I loro primi tre album sono classici certificati, sempre consigliati dagli appassionati del genere e dalla critica. In quanto amante, io stesso, del gruppo ero preoccupato: e se di questo ritorno non ce ne fosse bisogno? Come ho già scritto prima, il loro pezzo di storia è già stato scritto, quindi, cosa possono offrire di più al mondo?

We got it from Here… Thank You 4 Your service inizia con The Space Program, un pezzo che richiama il sound di Midnight Maruaders, loro terzo album, ma si nota subito fin dall’intro della canzone il forte messaggio politico che echeggerà per il resto del disco: “it’s time to go left and not right”. Dopo due strofe di Jarobi e Tip, l’outro è composta da varie ripetezioni dell’intro, recitate da Phife Dawg, che fa la sua prima apparizione. Per la prima volta i Tribe affrontano questioni così delicate prendendo una forte posizione a riguardo, specialmente se pensiamo che l’album è uscito lo stesso giorno in cui Donald Trump è uscito vincitore dalle elezioni. Infatti la seconda traccia, We The People, traccia dal sound elettronico e da drums dure che picchiano sulla coscienza dell’ascoltatore, richiama con il ritornello alle tematiche usate da Trump nella sua campagna elettorale (“All you mexicans, you must go / […] Muslims and gay, boy, we hate your ways”). Ci troviamo davanti al loro album più politico, ed in un momento critico della società americana. Non sono stati i primi a comporre album a tema sociopolitico di questi tempi (dai vari Black Messiah e To Pimp a Butterfly per arrivare all’ultimo album di Solange specificatamente sulle donne afroamericane, A Seat at the Table) ma molti si chiedono se saranno pure tra gli ultimi artisti a poter creare album del genere in questi anni a venire. Ci sono altri pezzi con contenuti attuali (Whateva Will Be, Black Spasmodic, The Killing Season, Conrad Tokyo), ma il resto del disco ha momenti pure positivi e divertenti, topics classici del gruppo, oltre che qualche esercizio di stile. Solid Wall of Sound per esempio è una collaborazione con Busta Rhymes ed Elton John (essenzialmente sono sorpreso come chiunque altro dal match up), in cui Phife, Tip e Busta si scambiano versi in accento giamaicano e John cura il ritornello e l’outro. Uno dei miei pezzi preferiti è Dis Generation con Busta Rhymes: io mi stavo già preparando ad una traccia su quanto siano “infami”, “irrispettosi” o “senza talento” questi giovani della nuova generazione (vedi Lil Yachty), ma la Tribù, in una canzone dall’atmosfera solare e costruita da un sample che ritengo fantastico (Pass the Dutchie dei Musical Youth) fa da rituale di passaggio per le nuove generazioni che mantengono vivo l’Hip Hop. Vengono toccati anche i temi dell’amore (Enough!!), dei bambini (Kids…, in maniera decisamente divertente) e della morte del buon Phife Dawg (Lost Somebody, con outro finale in chitarra di Jack White, che verrà poi ripreso in pezzi successivi come sample), oltre ad una bella collaborazione tra Consequence e Busta Rhymes, amici e collaboratori di vecchia data (Mobius). Uno dei miei momenti preferiti è Ego, un pezzo che va un po’ fuori tema, ma con la stessa atmosfera della leggendaria Excursions, prima traccia di The Low End Theory, che mi fece perdere la testa per l’album 4 anni fa (per 3 anni è stato l’unico loro album che ho ascoltato, da quanto me ne innamorai). L’album si conclude con The Donald… no, non è un pezzo su Trump, ma un tributo finale stranissimo a Phife, che come altro nickname usava Don Juice. Decisamente uno degli esperimenti più interessanti, che chiude l’opera in maniera simile alla lunga outro di The Space Program, prima traccia, ripetendo alcuni frasi chiave (“Phife Dawg, you spit wicked every verse”), come per chiudere un ciclo.

Ho dovuto ascoltare l’album più volte. Questo album non si può comprendere al primo impatto. La prima volta che l’ho ascoltato mi sono commosso sentendo la voce di Phife in The Space Program. Sembrava ancora tra noi. C’è qualcosa di magico nella sua presenza per tutto il disco: è la sua ultima testimonianza, è ciò che ci ha lasciato. E per rispondere alle domande iniziali: sì, di questo ritorno ce n’era bisogno, per i fan e per il genere. Hanno dimostrato ancora una volta di essere un gruppo all’avanguardia, nonostante 18 anni di assenza. Hanno dimostrato e confermato il loro status di leggende offrendo alla scena un lavoro curato, dai testi decisi e musicalmente dalle atmosfere sperimentali, al tempo stesso con richiami ad un passato glorioso che ha dato il via ad una rivoluzione artistica che oggi è divenuta la norma. Un mix di vecchio e nuovo che è, fortunatamente, dolce come addio.

 

8/10

Riassunto

Un mix di vecchio e nuovo che è, fortunatamente, dolce come addio.

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Futuro naturalista appassionato da sempre di animali, esperto di Pokémon e specialista dell'Hip Hop. Nel tempo libero sono sovrano del Wakanda.
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