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ZAYN – Icarus Falls • Recensione

19 Dicembre 2018

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ZAYN – Icarus Falls • Recensione

Sono passati esattamente 994 giorni tra l’allora super hyppato disco di debutto del fuggitivo dei One Direction, Mind Of Mine e il suo sequel Icarus Falls, e quasi tre anni sono proprio il tempo che sembra passare tra la prima canzone e l’ultima la ventisettesima, ma facciamo un po’ di ordine.

Quando Zayn se ne usci con la super hit “PILLOWTALK” abbandonando il Pop da scuole medie degli 1D per un sound più esplicito e “maturo”, tutti erano pronti ad acclamarlo come la nuova star musicale pronta a far vedere di non aver bisogno della creatura di Simon Cowell e delle canzoni da Grest estivo per avere successo. 

Fast forward ad oggi e Zayn si è bruciato come la cera delle ali dell’Icaro citato nel titolo: l’album di debutto si esaurisce in fretta e i singoli di successo sono limitati a calci di rigore come “Dusk Til Dawn” feat. Sia (2017) e la colonna sonora dell’ennesimo Fifty Shades con Taylor Swift, brani che a dir la verità avrebbero avuto successo anche sostituendo l’ex kebabbaro directioner con qualsiasi interprete maschile.

Icarus Falls ha quindi l’arduo compito di dimostrare al mondo che Zayn sia ancora un artista di rilievo ma soprattutto un artista serio. Se la virata R&B era già ben chiara nel precedente, in questo album la lontananza dai successi della boy band più cute del nuovo millennio è ancora più marcato: le 27 canzoni totali spaziano infatti tra tutti i tipi di R&B e cupo Elettro Pop che possiate immaginare mordendo qua e lá il sound dei suoi idoli The Weekend, Chris Brown e Frank Ocean, non riuscendo però a dimostrare di valere abbastanza.

Siamo davanti ad un evoluzione di Mind of Mine, ma non in senso positivo, è un abbandono totale alla mancanza di verve. Una volta messo in play ho dovuto ricontrollare più volte per distinguere la prima decina di canzoni, una sorta di nenia perenne che dà il peggio di se nelle slow-tempo che sono di uno scialbo davvero ragguardevole. In questo mosaico sbiadito si può trovare qualche tassello luccicante, generalmente nelle up-tempo o dove i produttori hanno almeno provato a creare qualcosa di interessante, come “Imprint”, “Rainberry”, “I Don’t Mind” e “Fingers”: si tocca il fondo poi in un interminabile Interlude (scusate lamento) di 4 minuti o nel singolo con Nicki Minaj che sembra uno scarto di Jack U del 2015: menzione speciale per lo sfortunato singolo “Too Much” in cui Timbaland tira fuori davvero il potenziale del cantante inglese.

Il secondo album di Zayn è da ascoltare velocemente una volta e decidere quali (e se) salvare qualche canzone, perché nella sua interezza risulta come uno dei mappazzoni peggiori dell’anno ricco solo di virtuosismi inutili e un abuso quasi maniacale del falsetto.

4.6/10

Giudizio finale

Proprio come Dedalo e suo figlio, Zayn si trova bloccato in questo labirinto creato da tracce blande e noiose, vittima di questa visione di voler essere un artista serio e alternativo che però  dimostra di non essere davvero.

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Legato indissolubilmente alla Musica, appassionato di R&B e NBA. Al momento in America (alla facciaccia vostra). Critico puccioso dagli interessi più interessanti.
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