Editoriali Rubriche

Ghostwriters? Sì, grazie!

11 Novembre 2018

Ghostwriters? Sì, grazie!

Se nel Pop la questione ghostwriters è consueta e ben accettata, non si può dire lo stesso per il Rap.

Il genere Pop è sinonimo di “spettacolo” per le masse e quindi di conseguenza non sorge alcun tipo di domanda sulla veridicità o credibilità dei testi; il Rap, al contrario, vive sotto la luce del REAL (sì, andava scritto in caps lock) ed è continuamente soggetto a critiche in tal senso. Il particolare che ci sfugge è, però, che anche (o soprattutto) un genere come l’Hip-Hop è puro spettacolo, puro intrattenimento.

Certamente il momento storico in cui stiamo vivendo ci aiuta a capire meglio il concetto, essendo il Rap ormai considerabile Pop(olare), ma in realtà questo genere era puro intrattenimento anche ai tempi degli NWA (Straight Outta Compton, per intenderci). E indovinate un po’ chi era solito farsi scrivere i testi da un’altra persona (da un ghostwriter, per lo appunto)? Esatto! Proprio quell’Eazy-E. Tutti oramai sono al corrente del fatto che i testi rappati con tanto carisma dal nostro caro gangsta Eazy erano scritti da Ice Cube (perlopiù), MC Ren e The DOC.

Andiamo ancora più indietro: lo storico pezzo della Sugar Hill Gang, Rapper’s Delight (1979), nasce da un quadernino pieno di rime rubato da Big Bank Hank (un membro del gruppo) ad un rapper di nome Grandmaster Caz. Eppure tutti elogiano ed esaltano quel pezzo.

Perché nasce il problema del ghostwriting allora?

Il problema sorge per via di una mentalità chiusa, una visione distorta, che si è sviluppata anche in Italia dai tempi dell’old school. I fan di vecchia data, i quali sono molto legati alla musica della loro gioventù, hanno stretto col tempo un rapporto molto personale ed intimo con i rapper. La classica favola dal rap italiano che descrive la vita disperata fatta di sacrifici per uscire dai quartieri più brutti della penisola, ad esempio, ha plasmato un aggettivo di fondamentale importanza: la credibility.

Come può, dunque, un rapper essere real se non scrive i suoi testi?

(Attenzione: la seguente tesi non vuole valorizzare o incitare l’utilizzo dei cosiddetti autori fantasma, bensì vuole chiarire la vera natura della musica e quindi dei rapper: l’intrattenimento).

Il rapper prima di ogni cosa è un performer, sta offrendo uno spettacolo e se questo spettacolo è valido non dobbiamo perderci in un bicchier d’acqua indignandoci per l’utilizzo di altri autori non accreditati. La linea, tra l’altro, che divide gli autori fantasma con i semplici autori aggiuntivi è molto sottile. Difatti la critica che viene mossa dagli indignati è quella di non scrivere i propri testi di mano propria, dimenticandosi completamente della questione dei crediti (qualcuno li legge ancora nel 2018? Sì? Grazie al cielo!). Il famoso album DAMN. di Kendrick Lamar si è aggiudicato il prestigioso Premio Pulitzer 2018 (primo rapper in assoluto ad ottenere tale onorificenza), eppure non c’è traccia in cui Kendrick non sia stato affiancato da altri autori per scrivere i suoi pezzi.

Quando ascoltiamo la musica, anche pezzi introspettivi, anche storytelling, non perdiamoci nella ricerca del vero autore, ascoltiamo la musica. Abbiamo pagato proprio per quello.

Non so se sono io ad ascoltare la musica o è la musica ad ascoltare me.
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