Editoriali Rubriche

Joe Budden, da MC a Media Personality

25 Novembre 2018

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Joe Budden, da MC a Media Personality

Non è più mistero che l’Hip Hop rappresenti il fulcro culturale della creazione e del consumo di musica in questo secolo. Ogni ingrediente tra 808 e 16 bars sviluppatosi agli inizi del 2000, nel 2018 è alla base di ogni genere musicale che voglia guadagnarsi visibilità nelle classifiche di tutto il mondo. Con questa impetuosa evoluzione cadiamo spesso e volentieri in un circolo vizioso di like e share, figli della mala informazione; una maratona a cui tutti vogliono partecipare, nonostante molti non sappiano da dove origini e ancor meno possano contemplarne il traguardo.

In questo drastico cambiamento in cui è il Rap a fare da fuggitivo e la stampa da inseguitrice, le idee su come navigare nell’informazione di questo corposo genere hanno dato lo spunto necessario per la creazione di diversi media outlet in cui discutere e informarsi su cosa succede nella cultura. In questa vera e propria tempesta mediatica, Joe Budden ha ritrovato la sua strada al successo, un tracciato che negli ultimi 20 anni ha perso più tempo a cercare che percorrere.

Quando nel 2003 il suo singolo “Pump It Up” esplose, non ci volle molto per trasformare quello che doveva essere la nuova promessa della Def Jam Records nell’artista “del pezzo di 2 Fast 2 Furious”. Oggi Joe è tutt’altro che un rapper: dopo il suo ultimo album “Rage & The Machine”, il suo “rebranding” è diventato un lavoro a tempo pieno trasformandolo in una delle figure più controverse della critica musicale. I conflitti con la Def Jam dopo la sua unica hit e i vari esperimenti di distribuzione musicale indipendente fino ad arrivare all’ennesimo fallimento della sua Slaughterhouse con la Shady Records, hanno trasformato Budden in un animale da critica con una grande esperienza da interno. La sua figura si allontana dalla professionalità di Elliot Wilson (XXL, Rap Radar, Tidal) o dalla passione di Noah Callahan (Complex, Def Jam) avvicinandosi di più all’arte della controversia di Charlamagne Tha God, suo amico e collega occasionale.

Il Boom di Everyday Struggle

Quando nel 2015 il suo podcast “I’ll Name This Podcast Later” esplose nel web, la massa di ascoltatori aumentò drasticamente nel giro di pochi mesi aprendo diverse opportunità per l’ex MC. Il suo lavoro in casa Complex con “Everyday Struggle” ha portato i più alti numeri di views mai raggiunti dal famoso canale di informazione urban, concludendosi però lo scorso anno con una dipartita dovuta a divergenze creative e di portafoglio. La dicotomia tra Budden e il trendsharing di DJ Akademiks moderata dalla giornalista Nadeska Alexis pose “Everyday Struggle” in cima alla classifica dei contenuti online più consumati del 2017.

L’era in cui il rapper del New Jersey ha plasmato le sue abilità liriche è drammaticamente diversa da quella odierna e questo ha scatenato diversi episodi divenuti virali in cui vedono Joe confrontarsi con le nuove promesse della scena. Il primo e il più celebre ha visto il rapper discutere con Lil Yachty, ospite ad Everyday Struggle in occasione dell’annuncio del suo disco di debutto “Teenage Emotions”. Uno dei principali esponenti del soprannominato “mumble rap” mostrò un’inconsapevolezza preoccupante riguardante la sua carriera e questo mise in primo piano la frustrazione dell’ex MC. Ancora oggi l’episodio è preso d’esempio per evidenziare la frattura tra vecchia e nuova generazione di rapper.

Le controversie continuarono durante il pre-show dei BET Awards in cui le istigatorie risposte di Take Off dei Migos spinse Budden a gettare a terra il microfono e a lasciare bruscamente quella che doveva essere una semplice intervista.

L’evento fu solo l’inizio di un susseguirsi di frecciatine e malsangue, colmatosi lo scorso dicembre con un video musicale da parte della “Quality Control” (label di Atlanta) in cui un finto Joe Budden in compagnia dei suoi colleghi viene preso in giro da Migos e Yachty in pieno stile Slim Shady 2000’.

L’Howard Stern dell’Hip-Hop (New York Times)

Una volta chiuso il rapporto lavorativo con complex.com, Joe è tornato a focalizzarsi completamente sulla sua creatura principale e con l’aiuto di Mal e Rory (amici e colleghi fedeli da anni) ha realizzato lo scorso mese una partnership con Spotify regalando al podcast una visibilità internazionale mai vista prima d’oggi. Non è un segreto che Budden sia stato uno dei primi a vedere internet come il mezzo più immediato ed efficace per interagire con i propri fan: la “Joe Budden TV” dello scorso decennio rimane un sottovalutato momento di genialità nella scena. Lo spirito critico prevale sulla sua fame di informare e questo lo rende appetibile anche per il più casual degli ascoltatori che cerca di spendere 20 minuti in compagnia non ignorando però i più fedeli che cercano ore di aggiornamenti e informazioni.

La sua carriera da rapper non è il solo motore; la sua drammatica vita percorsa tra dipendenze e problemi di salute mentale rendono la sua personalità tra le più accattivanti e sagge in circolazione. Capace di affrontare ogni tipo di topic, dai più ignoranti ai più delicati, Joe ha espanso la sua fanbase che ora non è costituita più solo da un derivato degli ammiratori della sua penna. Le sue rime sono ancora oggi tra le più introspettive che si possano trovare in un testo Rap e tutto questo, dato in pasto ai canali del web, tra meme e gif, ha creato una brusca fusione di clickbait che ancora oggi gli dà la caccia. Un clickbait che si trasforma nella ricerca dell’ultima opinione data e che aumenta la rilevanza del suo giudizio a livelli altissimi. La sua critica spinta, frutto di un mix tra domande scomode e la volontà di scavare a fondo, dietro ogni mossa commerciale e artistica continua a regalare piacevoli momenti di intrattenimento.
Portando il tutto ad una conversazione in bilico tra il professionale e il familiare, sono decine le personalità musicali, politiche e sportive che Joe ha preso sotto i ferri del suo lessico brusco e stravagante.

I conflitti con Chance The Rapper (ospite in uno degli ultimi episodi del suo podcast), le dure verità su Kanye West e la melodrammatica relazione con il suo ex-boss Eminem sono solo alcuni dei topic che bollono nella pentola della controversia del suo show.

A vederci potenzialità e mercato è stato persino Puff Daddy, che ha offerto all’artista un contratto a sei zeri per diversi show sulla sua Revolt (l’ultimo “State of the Culture”). La velocità con cui questa cultura si evolve, propone nuovi sound, riprende dei vecchi, esorcizza i suoi peccati e celebra le sue benedizioni sono tutti argomenti che vengono analizzati in diverse chiavi di conversazione in queste trasmissioni. Ma è il podcast la formula al principio di tutto, un media che non ha certamente inventato Budden, ma che ha sicuramente beneficiato di una nuova gioventù con l’esplosione dell’ex MC. E’ incredibile come una poltrona in casa di un vecchio amico (suo ex ingegnere musicale Parks) e una brutale onestà possano portare a tutto questo, ma il lavoro per arrivarci è molto più complesso di quanto possiamo pensare.

Trovando il feeling con le giuste persone che possano comprenderne la personalità, Joe è diventato con il suo podcast il risultato di uno dei cambiamenti più di successo nella carriera di un artista, che mette da parte il suo principale talento senza allontanarsi dalla sua cultura.

"What you about to witness is my thoughts, just my thoughts man, right or wrong."
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